Mi chiamavo Umberto

Sono seduto su questo mucchio di nebbia da un tempo troppo lungo perché possa quantificarlo. E la cosa peggiore è che ho il vago sentore che non scorre. Ma soprattutto sono sicuro che non posso morire un’altra volta; sono condannato alla contemplazione dei miei errori per l’eternità, e sono incazzato come una bestia. Quel barbone spione di un porco di iddio dice che devo riflettere sui comportamenti adottati nella mia vita passata. Dice che ho infranto una grossa porzione di regole di cui nessuno però mi ha mai detto un cazzo. Sono sempre più convinto d’essere stato vittima di un complotto; come cazzo si fa a non infrangere delle regole se nessuno ti ha mai insegnato a rispettarle?

Ho vissuto fino all’età di 65 anni. Poi un cancro ai polmoni mi ha stroncato la vita ancora prima che potessi compiere altri danni.
Ho messo al mondo tre cani bastonati, due maschi e una femmina. Uno dei due non ha fatto in tempo a lasciare eredi infelici su quel pianeta che ora guardo da una bolla di sapone; è morto a 24 anni per un incidente stradale. Povero Luca. Almeno lui ha espiato le sue colpe pagando con la vita, e ora mi guarda dall’alto dei cieli. E se mi sputa in testa fa bene.
L’altro maschio adesso ha 55 anni ed è quello che più mi somiglia fra i tre. Un’emerita inconsapevole testa di cazzo. Un ignaro pericolo ambulante che trasforma tutto ciò che tocca o chiunque gli si avvicini in merda. È padre di una faccetta da stronza che non ho mai avuto il dispiacere di conoscere troppo. So solo che è ancora viva e che porta il nome della mia prima moglie, quella che ho ammazzato al tredicesimo aborto.
Nella vita non ho mai avuto voglia di fare un cazzo. Ero un lavativo puttaniere e ingravidatore folle. Ingravidavo pure le porte dai buchi delle fessure. In casa (se così si può definire) non c’era mai niente da mangiare e mia moglie era sempre troppo incinta perché io potessi sfamare tutte quelle bocche. Così la obbligavo ad abortire. All’epoca l’aborto non era una pratica riconosciuta dalla legge, bisognava che s’arrangiasse in qualche altro modo. C’era una tizia nel quartiere che era conosciuta per la sua strabiliante abilità di far buttare giù i bambini. E per un motivo fin troppo chiaro era diventata assidua frequentatrice della nostra casa.
All’undicesimo aborto mia moglie ebbe un’emorragia interna e ci rimase quasi sotto. Ne sopportò altri due. Dopodiché fui imputato della sua morte. Non me ne fregò mai un cazzo. Non mi hanno mai fatto niente. Non ho mai pagato nulla per aver infranto la regola che Iddio dei miei stivali chiama “il rispetto verso il prossimo”.
Anzi, dopo 3 anni ho incontrato un’altra, una suora. Ho ingravidato anche lei, da cui sono usciti altri due eredi della mia bella testa di cazzo.
Nel frattempo i tre figli della mia prima moglie sono stati sparpagliati per l’Italia. Quello che oggi ha 55 anni è cresciuto a Milano, adottato dalla sorella di mia moglie. La femmina l’ha tirata su una mia sorella e il piccoletto, il povero Luca, è cresciuto sbatacchiato da una parte all’altra. Prima a Foggia, dove era nata mia moglie. Poi a Vicenza, Roma, L’Aquila. Fino a che qualche angelo da lassù ha teso una mano e se l’è portato finalmente a casa.
Luca è l’unico dei miei figli che temo. Perché è l’anima che ha un caro prezzo da farsi pagare. È l’unico che può puntarmi il dito contro e dirmi: “Hai infranto tutte le regole che il Cielo e l’Inferno hanno mai stilato”. E spero che adesso sulla mia tomba passi qualche cane a pisciarmi addosso in sua vece.
Del resto e degli altri non me ne frega un cazzo. Tutta questa eterna punizione mi fa solo diventare sempre più orgoglioso dei miei errori. Sono un verme ripugnante; non mi sono mai vergognato di aver ucciso e/o creato danni permanenti a chi nella mia vita mi è stato intorno. È una colpa? A quanto pare sì. A quanto pare ci sono delle “regole comportamentali” da rispettare. Ma dove cazzo stanno scritte queste regole? Che poi, anche se fossero scritte da qualche parte, io non saprei leggerle.

E menomale che portavo il cognome di una famiglia della nobiltà italiana.

mentre scrivevo:

Annunci

VIRTUAL

Ero preda di una martellante ossessione: non potevo fare a meno di pensare al suo culo sodo e rotondo e al modo in cui le piaceva oscillarlo davanti ai miei occhi. Al suo sguardo da porca incallita; alle sue cosce da puledra indomita. Alla troia che era; ai colpi d’anca che le avrei inferto senza nessun pudore; a cosa avrebbe sentito il mio cazzo avviluppato nella sua carne umida.
Non potei fare a meno di palparmi l’uccello tra le gambe; dovevo darmi una calmata, mia figlia era seduta dietro di me a guardare i cartoni animati e io stavo preparando la cena per lei.
Sfrontata e irriverente com’era, l’avrei schiaffeggiata di diritto e di rovescio ogni volta che il suo viso si allargava in un ghigno beffardo. La sua sicurezza mi dava ai nervi. L’avrei piegata alle mie volontà, alle mie ginocchia, ai miei piedi. E scopata impudentemente come fanno le bestie, i cani… gli sciacalli.
«Papà…»
la sua maglietta attillata che disegnava una curva alta e sinuosa…
«Papà…»
le calze di lana che stringevano lievemente le cosce rosa… oh dio, quelle cosce burrose mi mandavano ai pazzi…
maledetta troia.
«Papà!?»
«Eh! Che cazz… dimmi piccola»
«Quando torna la mamma?»
Gesù, “la mamma”… quel frigorifero di nuovo in casa fra sole diciotto ore. Che strazio di merda…
«Domani. Lo sai, no? Non farmi ripetere sempre le stesse cose.»
Un’altra strizzata all’uccello per assicurarmi che il pensiero del frigorifero avesse sortito l’effetto (per nulla) desiderato, e poi mi avvicinai a Marta per servirle la cena.

Dopo aver messo a letto i ragazzi andai in soggiorno e mi buttai a peso morto sul divano con una birra ghiacciata in mano. L’aprii, il tappo rimbalzò sul tappeto. Lo lasciai lì e brindai alla faccia storta che avrebbe fatto mia moglie se mi avesse sorpreso a bere sdraiato sul divano in tappezzeria veneziana che stavo pagando da quasi tre anni. 12.000 € per un divano, che cazzata disumana…
tutto, tutto era una cazzata: il divano, la casa, i figli, la pantomima di una vita coniugale felice. Cazzo mi avrà detto il cervello…
diocristo, che gabbia dorata di merda.
Cercai di placare il gorilla che mi si stava per scatenare dentro con un sorso di birra e accesi il computer. Avevo due settimane di lavoro in arretrato, ma anche quella volta non fui in grado di concentrarmi; il suo culo…
con un gesto quasi compulsivo digitai sulla barra degli indirizzi il nome del sito. Mi apparve subito davanti con i suoi colori vivaci e accoglienti. Ah, già mi sentivo meglio.
Feci il log-in ed entrai nella chat pubblica.
Eccola lì, la troia.
La spiai per qualche minuto nasconcendomi tra gli innumerevoli nickname. Indossava un maglione largo color indaco che finiva all’altezza del pube, le sue solite calze di lana che stringevano quelle belle cosce sode di donna dallo sguardo vispo e guizzante che solo io avevo il privilegio di conoscere lì dentro – o almeno così mi aveva confidato una volta (ma in fondo, a me, se era vero o no mi importava una sega).
Stava civettando con qualcuno. La vidi fare quel suo sorrisetto del cazzo e ficcarsi un dito in bocca, succhiarselo, stringerselo tra i denti.
Che cagna bastarda…

Entrai nella sua stanza privata, c’erano altri tre utenti. Uno stava contrattando il prezzo – “Metti 15 crediti al minuto e ti chiamo in privato.”
Lei sghignazzò coprendosi le guance con le mani, civettando da brava troia qual era. “O 20, o niente. Non sono mica qui a far beneficenza…” scrisse illudendosi di risultare simpatica.
In quel momento capii cos’era che mi infastidiva più di tutto: il suo modo di farsi rispettare. Più cercava di imporsi, più io l’avrei insultata e presa a schiaffi in bocca.
Improvvisamente fui colto dalla voglia irrefrenabile di sputarle in faccia e sui seni piccoli e penzolanti…
di umiliarla…
di violentarla.
La chiamai subito in privato, alzò la webcam per mostrare il volto. Mi si ingrossò il cazzo all’istante.
«Ciao faccia da troia» esordii.
«Ciao maialino infoiato» rispose, come se stesse tentando un saluto che fosse denigratorio quanto il mio; il risultato fu solo che mi fece una gran pena.
«Spogliati e fammi vedere il culo».
Lei, continuando a ghignare tutta fiera di essere lontana chilometri e chilometri da me, si tolse il maglione e si girò di spalle; non aveva le mutande.
Rimasi tramortito alla vista della sua schiena magra e inarcata che scendeva morbida su due curve dolci e paffute. I capelli rossi ondeggiavano lungo le scapole e le braccia e lei, di profilo, se li spostava da un lato all’altro della testa.
Avrei afferrato quel fiume di capelli color porpora come fossero le redini di una cavalla da addestrare a colpi di frusta sul culo.
Mi presi il cazzo in mano che, intanto, si era fatto rosso e pulsante di desiderio.
«Girati. Apri le gambe e fammi vedere la fica».
Mi ubbidì sorridendo. Quel cazzo di ghigno mi dava l’idea che non mi prendesse sul serio e mi faceva incazzare come poche cose al mondo.
Abbassò la webcam e spalancò le gambe davanti a me, che la spiavo con avidità dal divano in tappezzeria veneziana di casa mia… alla faccia di quel cadavere ambulante di mia moglie.
Allargò la sua tenera rosa con le dita; mi sembrava di sentirne l’odore… caldo, sinuoso, accogliente…
La guardavo e mi strattonavo l’uccello a colpi di polso furente. Lei, intanto, si sgrillettava senza fretta (voleva tenermi incollato nella chat privata, la stronza… era brava a fare i soldi, la stronza). Ogni tanto alzava la testa per guardarsi in mezzo alle gambe e poi lanciava un’occhiata in direzione del computer per controllare quanti soldi stesse accumulando. E ghignava, ghignava come una iena, la stronza.
«Mettiti a pecora e ficcati un dito in culo» – lo sapevo che non andava matta per il sesso anale, ma mi ubbidì.
«Un altro»
La sentii gemere.
«Un altro…»
potevo chiederle qualunque cosa e lei l’avrebbe fatta. Una vera puttana che pensa di esserlo solo nel mondo virtuale.
«Un altro…»
Il suo respiro si fece più greve. Non si stava divertendo, lo sapevo.
La feci stare con la mano su per il culo finché io non venni sulla mia.
Anche se avevo finito, la lasciai masturbarsi l’ano solo per il piacere di vederla soffrire; se voleva i soldi doveva guadagnarseli.
Volevo sentirla urlare, supplicarmi di smetterla, implorare la fine di quel supplizio.
Non so perché, ma la odiavo tanto quanto la desideravo.
«Basta» le ordinai.
Si sfilò dal culo le dita imbrattate e dai suoi occhi, invece, traspariva un’espressione di stanchezza… era stremata.
«Sei brava a tirar su i soldi…»
«Devo lavarmi le mani» fece lei. E chiuse la chat.

In fondo credo che neanche io le fossi troppo simpatico…

mentre scrivevo:

Fan Cool the Navy

Bellissimo articolo dal blog di un caro amico. Per maggiori informazioni sulla questione, potete leggere l’articolo precedente.

Lo zio d'America

Be Cool and Join the Navy (Alemanno)

È la simpatica battuta di un certo, non meglio identificato Cecco Trufolo, che commenta così la foto pubblicata un paio di settimane fa sul suo profilo Facebook dall’ex sindaco di Roma Alemmanno, foto che ho copiato e incollato qui sopra. Nei due mesi abbondanti dal mio post sulla recente campagna di reclutamento della Marina militare italiana, il cui surreale slogan “Be Cool and Join the Navy” penso immodestamente di essere stato tra i primi a segnalare, la questione ha suscitato un discreto interesse. Ne scrive sul Corriere della Sera Giovanni Belardelli, docente di dottrine politiche all’università di Perugia, con toni meno burleschi e contenuti più corposi dei miei. Lo fa pure Pietrangelo Buttafuoco con la sua penna sopraffina, in un gustoso articolo sul Fatto Quotidiano intitolato “Fratels of Italy”. Dopo aver rievocato la classica maschera cinematografica di Mericoni Nando in Un americano a Roma, Buttafuoco definisce la trovata della Marina “awanagana della peggiore cloaca provinciale”, e la sua tagliente ironia rimbalza poi sul Secolo d’Italia

View original post 662 altre parole