VIRTUAL

Ero preda di una martellante ossessione: non potevo fare a meno di pensare al suo culo sodo e rotondo e al modo in cui le piaceva oscillarlo davanti ai miei occhi. Al suo sguardo da porca incallita; alle sue cosce da puledra indomita. Alla troia che era; ai colpi d’anca che le avrei inferto senza nessun pudore; a cosa avrebbe sentito il mio cazzo avviluppato nella sua carne umida.
Non potei fare a meno di palparmi l’uccello tra le gambe; dovevo darmi una calmata, mia figlia era seduta dietro di me a guardare i cartoni animati e io stavo preparando la cena per lei.
Sfrontata e irriverente com’era, l’avrei schiaffeggiata di diritto e di rovescio ogni volta che il suo viso si allargava in un ghigno beffardo. La sua sicurezza mi dava ai nervi. L’avrei piegata alle mie volontà, alle mie ginocchia, ai miei piedi. E scopata impudentemente come fanno le bestie, i cani… gli sciacalli.
«Papà…»
la sua maglietta attillata che disegnava una curva alta e sinuosa…
«Papà…»
le calze di lana che stringevano lievemente le cosce rosa… oh dio, quelle cosce burrose mi mandavano ai pazzi…
maledetta troia.
«Papà!?»
«Eh! Che cazz… dimmi piccola»
«Quando torna la mamma?»
Gesù, “la mamma”… quel frigorifero di nuovo in casa fra sole diciotto ore. Che strazio di merda…
«Domani. Lo sai, no? Non farmi ripetere sempre le stesse cose.»
Un’altra strizzata all’uccello per assicurarmi che il pensiero del frigorifero avesse sortito l’effetto (per nulla) desiderato, e poi mi avvicinai a Marta per servirle la cena.

Dopo aver messo a letto i ragazzi andai in soggiorno e mi buttai a peso morto sul divano con una birra ghiacciata in mano. L’aprii, il tappo rimbalzò sul tappeto. Lo lasciai lì e brindai alla faccia storta che avrebbe fatto mia moglie se mi avesse sorpreso a bere sdraiato sul divano in tappezzeria veneziana che stavo pagando da quasi tre anni. 12.000 € per un divano, che cazzata disumana…
tutto, tutto era una cazzata: il divano, la casa, i figli, la pantomima di una vita coniugale felice. Cazzo mi avrà detto il cervello…
diocristo, che gabbia dorata di merda.
Cercai di placare il gorilla che mi si stava per scatenare dentro con un sorso di birra e accesi il computer. Avevo due settimane di lavoro in arretrato, ma anche quella volta non fui in grado di concentrarmi; il suo culo…
con un gesto quasi compulsivo digitai sulla barra degli indirizzi il nome del sito. Mi apparve subito davanti con i suoi colori vivaci e accoglienti. Ah, già mi sentivo meglio.
Feci il log-in ed entrai nella chat pubblica.
Eccola lì, la troia.
La spiai per qualche minuto nasconcendomi tra gli innumerevoli nickname. Indossava un maglione largo color indaco che finiva all’altezza del pube, le sue solite calze di lana che stringevano quelle belle cosce sode di donna dallo sguardo vispo e guizzante che solo io avevo il privilegio di conoscere lì dentro – o almeno così mi aveva confidato una volta (ma in fondo, a me, se era vero o no mi importava una sega).
Stava civettando con qualcuno. La vidi fare quel suo sorrisetto del cazzo e ficcarsi un dito in bocca, succhiarselo, stringerselo tra i denti.
Che cagna bastarda…

Entrai nella sua stanza privata, c’erano altri tre utenti. Uno stava contrattando il prezzo – “Metti 15 crediti al minuto e ti chiamo in privato.”
Lei sghignazzò coprendosi le guance con le mani, civettando da brava troia qual era. “O 20, o niente. Non sono mica qui a far beneficenza…” scrisse illudendosi di risultare simpatica.
In quel momento capii cos’era che mi infastidiva più di tutto: il suo modo di farsi rispettare. Più cercava di imporsi, più io l’avrei insultata e presa a schiaffi in bocca.
Improvvisamente fui colto dalla voglia irrefrenabile di sputarle in faccia e sui seni piccoli e penzolanti…
di umiliarla…
di violentarla.
La chiamai subito in privato, alzò la webcam per mostrare il volto. Mi si ingrossò il cazzo all’istante.
«Ciao faccia da troia» esordii.
«Ciao maialino infoiato» rispose, come se stesse tentando un saluto che fosse denigratorio quanto il mio; il risultato fu solo che mi fece una gran pena.
«Spogliati e fammi vedere il culo».
Lei, continuando a ghignare tutta fiera di essere lontana chilometri e chilometri da me, si tolse il maglione e si girò di spalle; non aveva le mutande.
Rimasi tramortito alla vista della sua schiena magra e inarcata che scendeva morbida su due curve dolci e paffute. I capelli rossi ondeggiavano lungo le scapole e le braccia e lei, di profilo, se li spostava da un lato all’altro della testa.
Avrei afferrato quel fiume di capelli color porpora come fossero le redini di una cavalla da addestrare a colpi di frusta sul culo.
Mi presi il cazzo in mano che, intanto, si era fatto rosso e pulsante di desiderio.
«Girati. Apri le gambe e fammi vedere la fica».
Mi ubbidì sorridendo. Quel cazzo di ghigno mi dava l’idea che non mi prendesse sul serio e mi faceva incazzare come poche cose al mondo.
Abbassò la webcam e spalancò le gambe davanti a me, che la spiavo con avidità dal divano in tappezzeria veneziana di casa mia… alla faccia di quel cadavere ambulante di mia moglie.
Allargò la sua tenera rosa con le dita; mi sembrava di sentirne l’odore… caldo, sinuoso, accogliente…
La guardavo e mi strattonavo l’uccello a colpi di polso furente. Lei, intanto, si sgrillettava senza fretta (voleva tenermi incollato nella chat privata, la stronza… era brava a fare i soldi, la stronza). Ogni tanto alzava la testa per guardarsi in mezzo alle gambe e poi lanciava un’occhiata in direzione del computer per controllare quanti soldi stesse accumulando. E ghignava, ghignava come una iena, la stronza.
«Mettiti a pecora e ficcati un dito in culo» – lo sapevo che non andava matta per il sesso anale, ma mi ubbidì.
«Un altro»
La sentii gemere.
«Un altro…»
potevo chiederle qualunque cosa e lei l’avrebbe fatta. Una vera puttana che pensa di esserlo solo nel mondo virtuale.
«Un altro…»
Il suo respiro si fece più greve. Non si stava divertendo, lo sapevo.
La feci stare con la mano su per il culo finché io non venni sulla mia.
Anche se avevo finito, la lasciai masturbarsi l’ano solo per il piacere di vederla soffrire; se voleva i soldi doveva guadagnarseli.
Volevo sentirla urlare, supplicarmi di smetterla, implorare la fine di quel supplizio.
Non so perché, ma la odiavo tanto quanto la desideravo.
«Basta» le ordinai.
Si sfilò dal culo le dita imbrattate e dai suoi occhi, invece, traspariva un’espressione di stanchezza… era stremata.
«Sei brava a tirar su i soldi…»
«Devo lavarmi le mani» fece lei. E chiuse la chat.

In fondo credo che neanche io le fossi troppo simpatico…

mentre scrivevo:

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