Al Katy Garage

Me la passeggiavo per le vie del centro di Dresda in tutta tranquillità. L’aria era pungente e l’odore degli hot dog dei venditori ambulanti si diffondeva prepotente tutt’intorno; ho sempre pensato che lo facessero apposta per farti venire fame. A me, invece, dopo anni di tediosa devozione al vegetarianismo, facevano solo girare le palle.
Maciste zampettava spensierato sul marciapiede spruzzando sporadiche pisciatine addosso a qualche palo. Ogni tanto si fissava ad annusare un angolo della strada senza apparente motivo… chissà che ci sentiva, lui. Ne trovò uno particolarmente interessante e mi tenne inchiodato lì per almeno quattro minuti. Non mi è mai piaciuto mettergli fretta; era un tipo tranquillo, anche lui aveva bisogno dei suoi spazi, sicché lo aspettavo sempre senza battere ciglio.
Nell’attesa che il lord canino finisse i suoi comodi, tirai fuori dalla tasca del cappotto un mozzicone di sigaro e me l’accesi. Ci trovavamo di fronte al Katy Garage, all’incrocio tra Alaunstraße e Louisenstraße. Mi avvicinai alle vetrate del music bar per scrutarne gli interni, e mi sembrò di vedere la forma di una donna che cantava sul palco. Non riuscii a distinguerne i tratti del volto, ma in qualche modo mi sentivo attratto, così decisi di mettere fretta a Maciste e di entrare a bere una birra.

Nel pub c’era un tepore piacevole, i miei zigomi ringraziarono sentitamente. Mi guardai intorno, era parecchio affollato. Mi tolsi il giaccone e cercai un tavolo vicino al palco dove la signorina stava cantando un blues leggero. I capelli biondi raccolti in una strana acconciatura scendevano a ciocche lungo il collo e dietro le orecchie. Indossava un vestito di raso rosa che le stava appiccicato al corpo, quasi potevo intravedere la sagoma di un neo sulla coscia destra. Ma non riuscii a controllare un ghigno beffardo quando notai che alle mani aveva dei guanti della stessa stoffa del vestito; pensai che era ridicola conciata così. Voglio dire, gran bel femminone, per carità, avrà avuto venticinque anni scarsi, carne fresca e genuina, di quella che tu, uomo ultratrentenne, mangeresti tutti i giorni a ogni pasto. Però quell’atteggiamento da diva e le sue doti canore piuttosto mediocri mi mettevano in imbarazzo.
In tutto ciò, la cameriera mi stava davanti da almeno venti secondi – «Signore, è pronto per ordinare?»
«Come? Ah, sì. Una media chiara, per favore». Feci per darle il menu ma era già andata verso il bancone a spillare la mia birra.
Tornai a guardare la signorina e gli altri componenti del gruppo. Alla sua sinistra, un bassista di colore dentro a uno smoking di tutto rispetto suonava il contrabbasso con aria annoiata. Di tanto in tanto la guardava con un’espressione come a dire “sei una cagna”, o forse era solo la mia impressione. Al lato opposto del palco, invece, un pianista pesantemente miope e dal volto smunto strimpellava qualche accordo minore senza staccarle gli occhi di dosso, sbavando come una lumaca infoiata a ogni suo acuto. Diedi un colpetto a Maciste sulla testa e gli dissi: «Bel quadretto, eh? Che te ne pare?», ma quello si accoccolò accanto alla sedia poggiando il muso sulle zampe.

La birra era bella ghiacciata. Pensai che se non avevo rimediato un po’ di compagnia per quella notte, almeno stavo sorseggiando una bionda tedesca di tutto rispetto. Eh, che culo, sì che son soddisfazioni, queste.
Il trio fece una pausa di qualche minuto, la signorina scese dal palco e mi passò accanto. La guardai per tutto il tragitto ma lei, invece, sembrò non essersi neanche accorta della mia esistenza. “Ah beh, sai quanto mi importa? Io ho qui la mia birra che non dice mai di no!”… che povero imbecille ero sedici anni fa.
Ogni tanto mi giravo a cercarla con lo sguardo, si era seduta a un tavolo con altre due donne. Poi si alzò, ancheggiò verso l’uscita di emergenza e sparì dal mio campo visivo. Riapparve sul palco insieme agli altri due dopo qualche minuto, in mano teneva una corda legata a qualcosa che si muoveva dietro l’angolo. In quell’istante Maciste si alzò su due zampe e raddrizzò le orecchie mentre annusava l’aria. La signorina si accovacciò a terra e da dietro l’amplificatore estrasse un furetto che le si adagiò fra collo e spalla. Di tanto in tanto rideva, le zampette e i baffi di quella bestiolina dovevano farle il solletico, proprio come avrei voluto farglielo io.
Intanto Maciste teneva gli occhi incollati sul furetto, seduto, stoico, come se stesse aspettando qualcosa. Cosa? Il momento giusto per attaccare. Nel giro di un nanosecondo il mio amabile canino attaccò la signorina-confetto alle gambe, imbrattando il vestito di raso rosa e squarciandolo con le sue unghiette belle aguzze. Improvvisamente fu il panico: la cantantucola schiamazzò inorridita mentre contemplava il disastro che il mio canino aveva compiuto sul suo bell’abito, il furetto schizzò fra i tavoli davanti al palco e a seguirlo c’era Maciste, che correva sbavando nelle birre degli altri. Ero nella merda fino al collo.
Mi alzai di scatto, non sapevo se chiedere scusa alla signorina o recuperare quell’amabile folle bestiolina che viveva con me da cinque anni. Schizzai verso il centro della sala e afferrai il furetto, che mi affrettai a riconsegnare alla cantante-confetto. Nel frattempo si era messa a piangere, urlava che non avrebbe più rivisto la sua Cici, che era morta tra le fauci di un mastino incazzato. Poi mi vide col furetto in mano mentre cercavo di stirare un sorriso imbarazzato sul mio volto. Smise di frignare e con un’espressione di disgusto mi chiese: «Quella bestiaccia è sua?». Grattandomi il sopracciglio annuii senza proferire parola. «Lei e il suo cane siete degli assassini!» e mi mollò una cinquina in faccia. Mi massaggiai la guancia e mi limitai a guardarla dall’alto al basso. Dio, com’era conciata… tuttavia le evitai il dispiacere di immaginare la sua Cici sotto alle palle di Maciste, che trenta secondi prima stava abilmente tentando un accoppiamento promiscuo… proprio come avrei fatto io con lei.

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