sulle certezze basate sulle insicurezze

Mi sveglio di soprassalto. Fa un caldo tremendo, il mio corpo odora di sudore fresco. Il mal di testa mi pulsa ancora nelle tempie, devo aver dormito solo per una manciata di minuti.
Prendo il pullover di mio padre e me lo lascio scivolare addosso. Chiudo gli occhi e me lo stringo al collo… ah, che morbidezza.

Ho sempre odiato gli specchi, hanno la cattiva abitudine di rivelare le cose per quello che sono. Nella mia prima casa ne avevo uno, un regalo di compleanno – il peggiore che avessi mai ricevuto. Lo avevo appeso dietro alla porta della camera da letto, in modo da potermi vedere solo quando lo volevo.
Odio vedere la mia immagine riflessa su qualunque superficie, la mia psicanalista dice che soffro di una particolare forma di insicurezza. Effettivamente non c’è un motivo preciso per cui detesto guardarmi allo specchio; sono piacente, non ho nessuna malformazione, i miei denti sono tutti dritti e bianchi.
Ricordo ancora quando provai questa sensazione per la prima volta: avevo appena tredici anni, ero a casa di una mia compagna di scuola per i compiti pomeridiani. Andai in bagno e, dopo aver fatto pipì, notai delle macchie di sangue sulle mutandine. Volevo piangere, ma feci il possibile per trattenermi. L’immagine del mio viso contrito di paura mi fece vergognare della mia inettitudine; non ero in grado di fronteggiare qualcosa che non sapevo cosa fosse.
Con gli occhi umidi di lacrime, uscii dal bagno e raggiunsi la mia amica. Non ne parlai mai con nessuno, perché non avevo la persona giusta con cui parlarne. Mia madre sarebbe potuta essere quella persona, ma non l’ho mai conosciuta e, tutt’oggi, questo è il vuoto più grande che mi porto dentro.
Sarei potuta andare dal dottore di famiglia e parlarne con lui, ma mi vergognavo tremendamente. E se l’avesse detto a mio padre?, e se lo avesse saputo tutto il quartiere?, e se fossi diventata lo zimbello della città?
Solo a sedici anni scoprii che era una cosa del tutto naturale, quando nella mia scuola fu organizzata una lezione sulla sessualità. Fino ad allora, ogni mese per tre anni, vissi con il timore di essere gravemente malata, o di morire da un momento all’altro. Il passaggio dalla pubertà all’adolescenza fu per me un momento drammatico; avevo ripetute crisi di identità, ero sicura che nessuno fosse in grado di quantificare la vastità del mio universo interiore e, per questo, mi sentivo atrocemente sola.

Mi siedo sul divano, accavallo le gambe per farmi calore e tra le mani stringo una tazza di tè bollente. Ora non è più caldo, fuori il termometro segna 0.3°, è una fredda notte di Novembre in una capitale dell’Europa centrale, non potrebbe essere altrimenti.
Sul tavolino davanti al divano, accanto a un vaso di fiori gialli, c’è una foto del 2008. Ci siamo noi due abbracciati, amici da troppi anni. Amicizia estenuante, impegnativa. Anzi, ora che ci penso mi ha assorbita più di tutti gli uomini con cui sono stata.
Dopo cinque anni, solo adesso mi sto domandando perché in tutto questo tempo l’ho sempre conservata e perché l’ho sempre messa sotto agli occhi di chiunque entri dentro casa mia, proprio come se fosse un’amicizia ancora viva.
Poi penso che in tutti questi anni l’ho sempre portata con me ovunque, come fosse un amuleto, una cosa che è divenuta parte di me, anche se appartiene al mio passato, e che sarà impossibile dimenticarlo, ovunque si trovi.
Ma amare significa anche sacrificio, e dopo tanto tempo finalmente ho imparato a difendermi e ad amare me stessa sopra ogni cosa, forse proprio come fanno gli egoisti. Quindi, se il prezzo da pagare è lasciar andare, allora lo sto già facendo.
Chi crede che esista qualcosa di umano che durerà per sempre mente e non lo sa; tutto quello che fa parte di due o più esseri umani è destinato a finire già dal momento in cui nasce.
Solo nella solitudine più profonda talvolta l’uomo è in grado di costruire qualcosa di eterno, che sia una passione o, meglio ancora, una fede. L’ateismo è un male subdolo perché si nasconde dietro la convinzione che sia roba per persone intelligenti e acculturate. Ma cos’è questo pezzo di vita senza un briciolo di spiritualità? Dove andiamo se passiamo il nostro tempo senza coltivare la fiducia verso il futuro, che è anche quella porzione di tempo oltre la morte? Come si può credere di non essere legati al passato per mezzo del presente?
Talvolta è possibile costruire un legame che non si dissolverà mai, perché la sua eternità è sancita dal varco a un’altra dimensione spazio temporale di una delle due anime… e allora sì che si rimane inchiodati a qualcuno per sempre; la puntina con cui abbiamo fissato una persona al nostro cuore ci sta talmente attaccata che neanche tutti gli anni luce dell’universo non basteranno per dimenticare. La vita terrena, invece, ci spinge a dimenticarci – o anche a stufarci – del prossimo, e allora trattenere qualcosa di positivo per la maggior parte degli uomini diventa difficile. Ma non per me, che ho sempre disprezzato le maggioranze.

Poggio questa vecchia foto sul comodino accanto al vaso di fiori gialli e resto ferma a guardarla ancora per un po’. Gonfio il petto in un lungo e lento sospiro, socchiudo gli occhi e lascio cadere la testa all’indietro…
dovrei riprovare ad addormentarmi.

mentre scrivevo:

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4 pensieri su “sulle certezze basate sulle insicurezze

  1. Notte così blu, la tua.
    Le parole hanno vagato attraverso questa musica, mentre l’idea di una foto, quella foto, rimane sospesa in questa fredda mattina di novembre.
    The magician – (Darius remix) sunlight feat. Years & amp.

  2. “Chi crede che esista qualcosa di umano che durerà per sempre mente e non lo sa; tutto quello che fa parte di due o più esseri umani è destinato a finire già dal momento in cui nasce”.

    le notti in cui mi ritrovo a tornare su questo pensiero, una delle canzoni che mi gira in testa è “The sun smells too loud”. forse certe “appartenenze” c’impediscono di accettare che non sarà mai, comunque, per sempre, perchè la felicità che ci danno è tanto forte che brucia gli occhi, come il sole le mattine d’agosto.

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