storie pazzesche

A questo mondo ci sono storie pazzesche. Storie ordinarie, di vita ordinaria, di gente ordinaria.
Non bisogna andare in capo al mondo per scoprirle, sono intorno a noi, dentro alle persone che incontriamo. Perché si sa, ma non si dice: tutti abbiamo una storia da raccontare – per fortuna.
La storia di cui vi voglio parlare l’ho sentita in questi ultimi giorni. E forse è pazzesca proprio  perché il mondo ne è pieno.
Sara farà vent’anni a novembre. Vive in una delle borgate sud di Roma, e in questi giorni sono venuta a trovarla. È una ragazza molto bella, io la trovo anche simpatica e piacevole, nonostante qualcuno mi avesse parlato male di lei. Ma la percezione delle persone e la tua predisposizione ad esse, la quantità di tempo che ci passi assieme e il rispetto che custodisci per ognuno di loro, sono le prerogative basilari per iniziare bene un rapporto, o un dialogo, o un confronto, o qualunque altra cosa ti metta in relazione con qualcuno.
Sara è figlia della sua epoca e del suo ambiente. È parte di un quadretto, di quelli che Pasolini avrebbe apprezzato. Ascolta quel genere di musica di merda tipo elettro-latinoamericano (non so se questa definizione esiste, ma spero di avervi dato un’idea), indossa cappellini NYC, toppini stretti, push-up e pantaloni con la bandiera USA. Ha una rosa tatuata sulla spalla destra, due stelline sul seno sinistro e una data sull’avambraccio destro.
Stanotte mi ha raccontato la sua storia, non so bene perché, in fondo potrei dire che non ci conosciamo. Ma non lo dico e tantomeno lo penso. In realtà le sono grata di averlo fatto. Non è propriamente carino da dire, ma è proprio grazie alle storie delle persone che sto incontrando in questi giorni che mi sono resa conto d’essere infinitamente fortunata. Si può essere fortunati anche con un pugno di mosche in mano. Si diventa fortunati quando si smette di desiderare le cose che non arrivano mai.
Ma comunque, ora senza divagare, torniamo a Sara.
Siamo in cucina, c’è anche Giorgia, sua sorella di sedici anni. Prendo tre bicchieri di vetro, stappo una birra ghiacciata e verso da bere a tutt’e tre. Giro una sigaretta, fumiamo. Parliamo di scuola, di tatuaggi, di piercing. Parlano di ragazzi, io faccio domande e conseguentemente loro mi chiedono pareri. Mi mantengo distante quanto basta, do risposte imparziali, generiche. Mentre dispenso pareri che mi sono stati chiesti, sorrido e cerco di approvare ogni punto di vista che mi viene snocciolato davanti. È una serata piacevole – nonostante la distanza d’età e di mentalità che sfreccia tra di noi come un treno Alta Velocità. Mi è sempre piaciuto mettere le persone a proprio agio, spronarle a sentirsi libere di parlare di qualunque cosa. Penso d’essere brava in questo.
Poi, senza neanche sapere come, ci ritroviamo a parlare di Erika, sua figlia. Sara è diventata mamma due anni fa.
“Chissà che esperienza dev’essere…” le dico sorridendo. Ma Sara non è convinta – “Io a volte non je la faccio”, mi risponde mentre guarda il fondo del bicchiere e scuote il capo. Si appoggia una mano sulla fronte e riprende: “Non è per lei. È che a quest’età devi fare altro.”  La guardo in silenzio. Come darle torto?
Ho la netta sensazione che Sara non è felice. E mi dispiace per lei, per la bambina, perché errare è umano – sì, finché non sei tu la vittima degli errori degli altri.
Giro un’altra sigaretta, l’accendo e gliela passo subito.
“Posso farti una domanda? Però vorrei che tenessi a mente che puoi non rispondermi. Il silenzio è un diritto intangibile a cui dovremmo fare appello più spesso. Per favore, non rispondere se non vuoi. Semplicemente, allora perché?”
Si versa un bicchiere d’acqua e dopo un breve silenzio accenna un sorriso. Quello che mi sta per raccontare mi scuoterà nel profondo. Non riesco a immaginare l’esperienza, ma le sue parole rimarranno nella mia testa per le prossime due o tre ore.
“Prima di lei ho avuto un’altra gravidanza. Un mese e mezzo, poi l’ho perso. Dopo sono stata talmente male che decisi di farne subito un altro. Erika l’ho desiderata con tutta me stessa, avrei fatto qualunque cosa. Mia madre non mi ha guardato in faccia per tutta la gestazione, mi sono fatta molti nemici in famiglia e non me ne fregava niente. Ho sofferto come un cane, come un cane”. E dev’esser vero, me ne accorgo da come ne sta parlando – “Solo che io certe volte non je la faccio, è più forte di me. Mi manda ai pazzi, non ho la pazienza. Starei fuori casa tutto il giorno, anzi che la notte rientro… per me è un enorme sforzo”.
Per un momento mi sono immedesimata nella sua esperienza. Mi sono chiesta cosa voglia dire espellere dal proprio corpo lo schizzo di una nuova vita. Dio santo, ma vi rendete conto?
E poi mi sono anche chiesta quanto può essere sottile il confine tra la ragione e l’istinto. Dopo questa e altre storie simili che ho ascoltato negli ultimi giorni, penso che ora come ora non porterei mai a compimento una gravidanza. Penso che la ragione porrebbe il veto decisivo sulla questione, ma… cosa significa? Com’è quella sensazione? Perché dopo si sta così male?  Perdi un pezzo di te? Forse sì. In realtà siamo uniti molto di più di quanto pensiamo. E poi qui si sta parlando di procreazione, di una madre che, letteralmente parlando, stacca un ciccino di carne dalla sua; non di filosofia o metafisica.
Sara è andata sotto ai ferri, ha avuto bisogno di un raschiamento. Si tratta di un vero e proprio intervento; ti addormentano, ti aprono, ti ripuliscono e ti richiudono. Tutto questo sul tuo corpo di donna, nel quale è racchiuso il segreto della vita.
Sono rimasta tramortita, senza parole. In fondo c’è solo una persona che può dire se la scelta di fare subito un altro bambino sia stata sbagliata o meno. Quella persona è solo lei, e infatti lo dice. Quantomeno non si nasconde dietro false retoriche. Sara si è accorta d’aver sbagliato, ma io non riesco a biasimarla. Vorrei dirle che tutto quello che conta è il motivo che l’ha spinta ad avere Erika, è l’attimo fuggente in cui ha sentito tutto quel dolore squarciarla in due. Ma non dico nulla. Giro la terza sigaretta e mi limito a dirle che ha una bambina bellissima.
Adesso la sto guardando. Negli occhi ha lo sguardo di ragazzina vivace che se potesse inghiottirebbe il mondo in un solo boccone. Sta uscendo, nel nome dei suoi sacrosanti diciannove anni. Erika resterà a casa con noi, o forse andrà dal padre per il weekend.
Io invece tra poco tornerò lì fuori, nel mondo, a tenermi stretta la mia libertà incontaminata, rivendicando un luogo che sia solo per me.
Non so, a voi una facoltà tale sembra poco? A me sembra tutto ciò a cui, in questo periodo, la mia vita gira attorno. E sì, ha il sapore di libertà.

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