“who is the boss?”

Don’t be frightened. Mr. Gould is here. He will appear in a moment. I’m not, um, as you know, in the habit of speaking on any concert except the Thursday night previews, but a curious situation has arisen, which merits, I think, a word or two. You are about to hear a rather, shall we say, ‘unorthodox’ performance of the Brahms D minor concerto, a performance distinctly different from any I’ve ever heard, or even dreamt of for that matter, in its remarkably broad tempi and its frequent departures from Brahms’s dynamic indications. I cannot say I am in total agreement with Mr Gould’s conception. And this raises the interesting question, what am I doing conducting it? I am conducting it because Mr Gould is so valid and serious an artist that I must take seriously anything he conceives in good faith, and his conception is interesting enough so that I feel you should hear it too. But the age-old question still remains, in a concerto, who is the boss? The soloist or the conductor? The answer is, of course, sometimes one sometimes the other depending on the people involved. But almost always the two manage to get together by persuasion or charm or even threats to achieve a unified performance. I have only once before in my life had to submit to a soloist’s wholly new and incompatible concept and that was the last time I accompanied Mr Gould. But this time the discrepancies between our views are so great that I feel I must make this small disclaimer. So why, to repeat the question, am I conducting it? Why do I not make a minor scandal and get a substitute soloist or let an assistant conduct it? Because I am fascinated and glad to have the chance for a new look at this much-played work; because, what’s more, there are moments in Mr Gould’s performance that emerge with astonishing freshness and conviction; thirdly, because we can all learn something from this extraordinary artist who is a thinking performer; and finally, because there is in music, what Dmitri Mitropolous used to call, the sportive element, that factor of curiosity, adventure, experiment, and I can assure you that it has been an adventure this week collaborating with Mr Gould on this Brahms Concerto, and it is in this spirit of adventure that we now present it to you.”                                                                                                                                                                          L. Bernstein

Il 6 aprile 1962 la New York Philharmonic Orchestra ha eseguito, sotto la direzione del Maestro Leonard Bernstein, il primo concerto per pianoforte di Brahms con un solista d’eccezione: Glenn Gould. Per l’occasione Bernstein preparò questa piccola nota introduttiva che ho riportato nella quale annunciava all’audience internazionale che non avrebbe mai più lavorato con il pianista canadese, e semmai ascolterete questo concerto su youtube, certamente non lo biasimerete. L’opera appartiene al periodo giovanile dell’autore; impetuosamente indomabile e travolgente, è annoverata tra quelle più significative che siano state scritte dopo i concerti di Beethoven. Nel primo movimento il pianoforte sviluppa due temi principali carichi di passione e drammaticità; anche l’adagio seguente riecheggia romanticità attraverso un gioco di dialoghi tra il pianoforte e l’orchestra e ancora il terzo movimento, il cui tema è esposto esclusivamente dal solista, si mantiene su una linea di altissima potenza emotiva. Insomma, un’opera in cui è il pianoforte l’elemento attraverso cui tocchiamo con mano la tragicità che l’autore vuole comunicarci. Ma cosa è successo il 6 aprile 1962? Perché quel concerto non piacque a nessuno? O per meglio dire: perché quel pianoforte non piacque a nessuno? Cosa aveva combinato il nostro turbolento amico Gould? È doveroso riconoscere del genio in lui; il suo Bach è maniacalmente preciso e razionale, Gould ha quel distacco emotivo che consente alla musica che suona di elevarsi alta fra le vette della celestialità. Tuttavia questo va bene in Bach che è estremamente sistematico, ma non va più bene in Mozart, in Beethoven ancora meno, figurarsi nel giovane Brahms. Il 6 aprile 1962 il pianoforte di Gould era terribilmente freddo, tutta quella dote comunicativa che l’autore aveva conferito allo strumento solista è andata perduta. Pienamente consapevole delle sue azioni, Gould ha annullato tutte le dinamiche dalla partitura del pianoforte, ricavandone così un elaborato sterile e pesante. Se da una parte l’orchestra di Bernstein tentava di conferire vigore e potenza all’opera, dall’altra automaticamente Gould la rendeva piatta col suo pianoforte “punzecchiato”. Molto spesso succede che il genio rasenta la megalomania; Gould nell’opera ha trasposto tutto sé stesso – e quindi anche il suo autismo –  senza considerare cosa l’autore volesse esprimere. Per un esecutore la dote interpretativa è essenziale, dev’essere in grado di comunicare e non gli compete inventare, ancor meno mettere mano sulla partitura; è colui che parla per qualcuno che non c’è più ed è, in alcuni casi, il solo modo per far giungere ai posteri la voce di un uomo che ha vissuto in un tempo in cui la registrazione non era ancora stata inventata. Se avviene che l’interprete comunica ciò che il suo ego vuole comunicare, la voce del passato perde il contenuto di quello che voleva dire, e allora l’opera diventa proprio tutta un’altra cosa. Il primo concerto per pianoforte e orchestra in Re minore di Brahms è un’opera indescrivibilmente sensazionale, scritta da una mano colta e pensata col cuore, non con la mente. La sua potenza emotiva raggiunge picchi elevatissimi e lascia l’ascoltatore tramortito ed estasiato. Siccome penso che il mio lettore sia degno d’ascoltare la voce di Brahms e non quella di Gould, posto qui l’intepretazione di un Rubinstein quasi novantenne che, malgrado l’avanzatissima età, si avvicina molto più di Gould al giovine e tormentato spirito di Brahms. A te un buon ascolto.

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